lunedì 5 febbraio 2018

La scrittura e la memoria dispersa dell’era digitale

Copio e incollo, con qualche aggiustamento, cose scritte da me e altri giorni fa in una discussione su Facebook, dove tutti argomentano di tutto e dopo pochi giorni non si riesce a trovare più niente, con buona pace del ritornello che recita “in internet non si perde nulla!” Certo, ma le cose dove stanno?

Questa sistematica dispersione della memoria contribuisce a fare sì che, di fatto il riduzionismo e il "presentismo" siano la cifra, orientata da un marketing di corto respiro, di un tempo senza storia come il nostro. È presto, o tardi, per ragionare, capire insieme, invertire certe tendenze? Se l'uno per cento dell'umanità partecipa della ricchezza del pianeta, il “quanto per cento” partecipa della formazione della cultura? Quante meravigliose idee "digitali", fuori dalle fiere e dal dibattito di una ristrettissima élite, oltretutto divisa in tanti scompartimenti stagni, arrivano al pubblico che consuma e spreca hardware e software come fossero detersivi?
Il grande problema dell'oggi si riassume in una parola: partecipazione. I mezzi tecnici la consentirebbero a livelli mai visti nella storia, a tutti, anche ai bambini. Le consuetudini di pensiero e l'asservimento a leggi di mercato vecchie di secoli la negano, e con essa la libertà dei popoli, la democrazia, la convivenza civile, la speranza stessa di un futuro del pianeta.
La mia idea banale - forse perché lavoro con i bambini- è che semplicemente riportando le persone al centro dell'attenzione, come per "miracolo" tutto potrebbe cambiare. E anche magari individuando e scegliendo un ambiente di discussione tra noi meno labile e dispersivo dei social network commerciali!

Riprendevo un post di Stefano Penge che scriveva, dopo aver ascoltato l'intervista a Claudio Ambrosini, Paolo Ferri e Paolo Legrenzi (su Fahreneit, Radio 3): Bella (e perduta) scrittura:
«Mi colpisce molto che la scrittura sia concepita e discussa nelle sue valenze motorie, estetiche, neurocognitive, e che l'opposizione centrale sia tra gli elementi frammentati (le lettere dello stampatello, o della tastiera) e gli elementi legati (il corsivo). E' vero, si parla di apprendimento della scrittura. Io avrei detto "apprendimento di una tecnica di scrittura": quella più diffusa nell'era dell'inchiostro e della carta. Prima, le tecniche erano altre. Dopo (oggi?) saranno e sono altre. La scrittura, però, a me ignorantone sembrava essere altro. Scrittura è un insieme di pratiche di fissazione, trasmissione, conservazione del pensiero linguistico. E' composta di tecniche, di azioni motorie, ma anche di azioni mentali, di ricordi, di proiezioni, di ipotesi, di ritorni all'indietro. Insomma uno scrive per comunicare, a se stessi o a qualcun altro, non per esercitare la mano (altrimenti, disegna scarabocchi). E la cosa difficile, visto che si impara a parlare prima che a scrivere, è scoprire come fare: come tradurre pensieri in parole (nomi? verbi?), come adattarle (declinare, coniugare), come ordinare le parole per arrivare a esprimere qualcosa che, mentre la si mette in parole, cambia; e tutto questo per arrivare a qualcosa che sia accettabile e comprensibile all'esterno.
Ora mi sarebbe piaciuto che nel dibattito ci si fosse chiesti: ma usare un software (non un computer o un telefono), cioè un ambiente inventato apposta per supportare tutte queste operazioni - con correttori, dizionari, suggerimenti, e poi font, stili, dimensioni, impaginazioni - facilita l'apprendimento della scrittura, o no?
(…) Che impatto cognitivo ed emotivo ad, ad esempio, la possibilità di correggere, o quella di riprendere un testo a distanza di tempo e adattarlo, o quella di rimpaginarlo per un uso diverso? O ancora, la possibilità di lavorare in più persone sullo stesso testo, magari a distanza? E' meglio, è peggio, e soprattutto, cosa cambia?
Ci saranno stati, in passato, dei serissimi studi inglesi in proposito. Che andrebbero ripetuti man mano che cambiano gli strumenti, i modelli, i contesti. Oggi però - dall'intervista agli articoli Ambrosini, Belardelli e altri questo mi pare di poter dire - ci si concentra solo su corsivo e smartphone. Mah.»

Intanto, da molti anni e tutto sommato senza troppo rumore, gli aggeggi digitali e il software vengono spesso utilizzati come utili strumenti per una didattica inclusiva”, in soccorso a difficoltà di vario genere nella lettura e la scrittura, dalla dislessia alla cecità, per i soggetti direttamente coinvolti e per chi, come educatori e genitori, ha a che fare con loro.

photo credit: *maya* <a href="http://www.flickr.com/photos/12663367@N00/15431261013">Fushimi Inari Taisha</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">(license)</a>

sabato 13 gennaio 2018

Giocooperiamo!

Giocooperiamo il titolo di una percorso Coop di educazione al consumo nelle scuole, ed è diventato anche il titolo del piccolo documentario, quasi interamente girato dai ragazzi, con cui lo svolgimento di questo percorso è stato raccontato in una primaria e una media di Brescia.
Io sono arrivato lì solo alla fine, un paio d'ore per classe, portando una videocamera, con cavalletto, microfono direzionale e cuffie. Ho dato gli strumenti in mano a bambini e ho detto semplicemente "fate!".
Non serve un "corso", con gli strumenti di oggi, per ottenere riprese subito "perfette". Non ne hanno bisogno più di tanto le generazioni – i bambini come gli adulti – cresciute guardando la televisione. Basta che ognuno richiami alla mente l'immensa cultura audiovisiva latente che tutti abbiamo e non si cerchi di fare le cose che ancora non sappiamo fare. Se non si è sicuri di muovere bene la videocamera, basta tenerla ferma.
Poi, dopo qualche panoramica ben fatta con un cavalletto dalla testa fluida, si capisce come funziona e si faranno bene le cose anche a mano. Riprese brevi però, mi raccomando, con un inizio e una fine, staccare! E alla prossima inquadratura cambiare il punto di vista. Queste cose i bambini lo capiscono subito, non perché siano "nativi digitali" o pinzillacchere del genere, ma semplicemente perché sono bambini e la convinzione nefasta di "non essere capaci" non prevale ancora sulla curiosità di provare, come invece accade a molti adulti, per fortuna non tutti!
Alcuni insegnanti, che magari fino al giorno prima pensavano che "fare un film" fosse una cosa solo per professionisti, si accorgono che in realtà, almeno per quanto riguarda le riprese, può essere invece molto facile: osservano i propri alunni all'opera e semplicemente colgono l'evidenza dei fatti, credono ai proprio occhi, invece che solo a quello che si racconta in giro e a forza di sentirlo ripetere crediamo che sia la verità
I bambini poi, se gli dai la responsabilità di fare un film "vero" – per questo una videocamera e un cavalletto servono, almeno all'inizio, perché con il telefonino non sembra una cosa seria! (anche se poi cambia anche il modo in cui usano il telefonino, altro che se cambia!) – ci mettono un impegno e una serietà incredibili. Non per un voto, non per un premio, ma perché gli interessa e soprattutto perché vedono che quello che fanno interessa anche agli adulti che sono lì con loro. La formuletta magica che con nulla eliminerebbe la metà dei problemi della scuola, ma probabilmente sarebbe troppo facile e comunque è un altro discorso.


Il video Giocooperiamo, insieme con altri girati allo stesso modo dai ragazzi, sono un po' il punto di partenza per di un progetto internazionale che stiamo lanciando, e di cui presto racconteremo meglio, qui è altrove. Riprese di bambini, con anche più telecamere o altri dispositivi e, quando sia possibile, anche un po' di taglia e incolla, titoli, suoni e musiche, qualche effetto speciale. Salvo casi eccezionali però, l'edizione finale rimane affidata ad adulti, perché il montaggio vero è una cosa difficile, che si impara soprattutto con l'esperienza, ed è importante che il prodotto sia di qualità. La troppa facilità dei mezzi non deve diventare un alibi – come purtroppo molto spesso succede - per riempire il web di cose orrende che deprimono il livello globale dell'informazione nel pianeta, ma piuttosto l'occasione per impegnarsi anche nel nostro piccolo – che ormai, nell'era dei social media, così piccolo non è detto che sia! - a fare le cose per bene, collaborando ragazzi ed adulti, che tutti hanno da guadagnarci.
Perché anche questo succede, che il professionista anche bravo rischia di imparare un sacco di cose. Pescando nella propria comunque vastissima esperienza di telespettatori e giocando come sanno, ho visto bambini e ragazzi preadolescenti – stiamo parlando di scuola dell'obbligo – trovare a volte tagli di inquadratura e perfino effetti di montaggio molto originali e espressivi, che a un adulto non verrebbero in mente mai. Questo non significa affatto che “ne sappiano più di noi”, ma che il modo con cui un bambino si accosta alla tecnologia, così come a un gioco di costruzioni o alla bolle di sapone, è naturalmente e semplicemente diverso da quello dei suoi insegnanti, genitori o nonni.

mercoledì 10 gennaio 2018

I bambini, le immagini, la consapevolezza e la paura

Non so cosa sia successo in questi ultimi giorni, probabilmente qualcosa di brutto connesso alla pubblicazione incauta di fotografie di bambini in rete. Magari andrò a vedere, ma non smetterei di considerare miopi e controproducenti le argomentazioni con cui alcune maestre su facebook affermano - se non ho capito male, e comunque sono discorsi che spesso si sentono - che mai si dovrebbero pubblicare immagini di bambini da dentro la scuola e che le colleghe che lo fanno, "liberatorie" o no, sono delle incoscienti, e cose del genere. Allibisco e, francamente, ho paura!
Nel mondo i pericoli sono ovunque, per tutti. Ma nessuno si sogna di dire che va abolita la circolazione stradale perché un bambino è andato sotto una macchina, né ci sono crociate contro le settimane bianche, perché dei "minori" sono finiti sepolti da una valanga. Si insegna ai bambini e agli adulti che ne hanno responsabilità il modo corretto di attraversare la strada, così come le regole di comportamento in montagna, e si accetta in definitiva, come società nel suo complesso, che in certi casi la prudenza e l'insegnamento possano non bastare, perché qualcuno sbaglia, o succedono cose che per una ragione o l'altra sfuggono al controllo. Conseguenze non sempre positive del mondo fisico, mentale, naturale e sociale in cui viviamo.

Perché allora questo accanimento proprio contro le immagini, come se da lì venisse il pericolo più grande per nostri piccoli? Che è tanto più curioso tra l'altro, in tempi in cui le telecamere di sorveglianza sono ovunque e addirittura qualcuno propone di metterle in tutte le aule scolastiche, dopo i noti casi di maltrattamenti di bambini da parte di alcune maestre.
Viviamo in una "società dell'immagine" in cui proprio la scuola, che in certi casi pretende di "difendere" i propri alunni rendendoli invisibili (divieto assoluto di fotografare, filmare, ritrarre a matita o a carboncino, perché chissà cosa potrebbe succedere!), ha la grossa, enorme responsabilità di non avere educato intere generazioni al consumo, gestione, produzione dell'immagine, che da decenni è l'alfabeto universale del pianeta. Per cui moltissimi tra quelli che ogni giorno inondano i social network con miliardi di fotografie e di video, protagonisti analfabeti della società dell'informazione, lo fanno con lo stesso atteggiamento inconsapevole e naif di chi negli anni Settanta mostrava rullini da 36 pose o filmini super 8 ad amici e parenti, improvvisando, senza avere ricevuto nemmeno un minimo delle basi culturali necessarie. Perché tutti invece oggi siamo produttori di informazione, di fronte virtualmente al mondo intero, e la trasciniamo ai livelli più bassi, l'informazione, girando video sistematicamente verticali, non accorgendoci quando sono trasmessi nel formato sbagliato, pubblicando su youtube anche porcherie immonde (qualitativamente parlando) senza prima non solo averle montate, ma spesso nemmeno guardate!
E che tutto questo non c'entri niente con l'imbarbarimento generale nella politica e nella cultura, con il "potere" sempre più in mano agli analfabeti, andate a raccontarlo a qualcun altro. In questo cresciamo e viviamo, e questo alla fine produciamo!

Un video in cui i bambini sono protagonisti, ma non si vedono!
La mia idea è che non di nascondere i nostri bambini avremmo bisogno, ma viceversa proprio di vedere e conoscere molto di più, come opinione pubblica, le loro facce vere, i loro sorrisi, le loro emozioni autentiche, la loro capacità magari di proporre alternative al mondo falso e ipocrita a cui ci stiamo tristemente assuefacendo, oltre gli stereotipi avvilenti tipo “nativi digitali” e la ben più triste realtà di cuccioli di consumatori che crescono soli in un contesto asociale di incertezza e paura, di fuga sistematica, spesso attraverso un irrigidimento burocratico improvvisato e ottuso, dalle responsabilità vere, senza più sistemi di valori, e dove anche la tanto decantata “tecnologia”, invece di cambiarci la vita, è per i più soltanto un insieme senza senso di oggetti di consumo sconnessi e scollegati tra di loro (i video che si girano con i telefonini non si guardano nel televisore!), da esibire senza bisogno capire. Mentre ci roviniamo la vita costruendoci paure su problemi che magari esistono, ma che presi ognuno fuori da un contesto globale, diventano incubi e paranoie devastanti: gli immigrati, i pedofili, l'euro!
Così succede che i ragazzi fino a 14 anni devono per legge essere accompagnati e “ritirati” da scuola, e a 14 anni e un giorno gli si compra la scooter! E in quanto “minori” vengono rigorosamente ritenuti da “proteggere” dalle loro immagini, salvo poi scoprire con sconcerto che tra gli adolescenti non pochi fotografano, filmano e diffondono in rete foto e video di se stessi nudi o addirittura mentre fanno sesso.
Come i ragazzi sono e sanno non può essere sempre raccontato da altri
Posto che nessuno ha una ricetta valida per tutto, io personalmente credo che vada incoraggiato l'uso consapevole dei mezzi audiovisivi da parte dei bambini e dei ragazzi in prima persona, anche nella scuola, senza diffondere immagini di se stessi allegramente sempre e ovunque, ma imparando a capire, facendolo, come si producono le immagini e che senso ha pubblicarle, sapendo che ci sono pericoli nella rete così come ci sono nella città reale e nella strada, e intanto però partecipando da protagonisti veri alla società dell'informazione, con una presenza viva che può fare solo bene, oltre il fatto di essere considerati “minori” che non avrebbero comunque nulla di significativo da dire, e oltre le paranoie di adulti che ancora si illudono che i pericoli si possano evitare costruendoci attorno dei “muri”.

domenica 26 novembre 2017

The Virtual Museum is on the go!

The Children's Virtual Museum of Small Animals is to go, and now professionally!
Tessaratoma papillosa, a bug from Taiwan, with eggs!
I began several years ago taking the pictures from my work in the primary schools and kindergartens of Brescia, the town where I live, and putting them on the web, with the indication of the place, the date, the class which had “discovered” the insect or the spider. Other pictures came from other schools and also individual kids I was in contact with, from Italy and from other countries of the world, as well as videos and drawings. It was a good and interesting stuff, as modern technological tools allow everyone, with a little attention and patience, to take cheap and good images of the little interesting living beings all around us. I added also something by myself, for didactic (what is good to capture kids' imagination and joy of knowing), and tried to put things in order and give possibly some basic news and a simple but correct classification, after having tested it with real children in schools.
Erythrodiplax connata, from Colombia

But the “museum” part of my work on insects – I am not an entomologist, but basically a free lance educator skilled in theatre, storytelling and audiovisuals - was not the professional one, as I was payed for going in schools gardens, making videos and also for a photo exhibition but, for several reasons, not for my job of “webmaster”. So, the Museum has been living till now in alternate periods, with many ideas and functionality always “in progress”, despite of the interest for it coming from many, also distinguished people, the interviews, the articlesthe videos and also a small series of ebooks of photography, science and poetry, I wrote connected with it.

From the last year, a great contribution is coming from my Asian correspondents, with a part of an existing international network joining the museum project. So now most news are from TaiwanMalaysiaTurkey and, from the other part of the world, Colombia: schools and kids, very young and less young people post their pictures on the Facebook groups of the Museum and of the association Terra Insieme (Museum “foster-mother”). Then, periodically, I put some of them in the “rooms”. That is not the best solution - the quality of pictures is “through” Facebook and conversations after a while are difficult to be found – but it's very easy. And sometimes something good happens, as the question if that insect from Malaysia was an ant or not (so we discovered that an ant-mantis exist!) and even maybe the first picture available on all the web of the Pterogeina eurysterna hendel!
A Pterogeina eurysterna hendel, family Platystomatidae? 

As now Terra Insieme is finally going to work, we are thinking of giving the Museum a professional setup, including:
A web site with suitable archives and spaces for visitors, collaborators and schools, with many features impossible on private social networks.
A permanent (if not full time) staff, for re-designing and managing the web mastering, organizing direct workshops in schools and local projects and coordinating linked activities by partners and correspondents, as well as communication, productions and publications.
A scientific committeenot only formal, with true experts attainable.
A technical forum where people can talk about how taking photos and videos properly.

We are asking to other groups and associations for partnerships and contributions, as convinced as we are that sharing is the present and the future of cultural enterprises.

lunedì 18 settembre 2017

Il mio libro d'America

Rieccomi dopo diversi mesi su questo blog – vediamo se ancora qualcuno verrà a leggermi, già erano così pochi prima! - e la scusa per la latitanza è quella classica, con una simpatica variante: tra le tante altre cose che si fanno per sopravvivere, stavo scrivendo un libro, per una casa editrice americana.
Dopo l'ultimo serrato scambio di email, ho consegnato tutto, e il titolo è già in catalogo e si può prenotare on line a un prezzo da testo accademico dei loro, esagerato e per la maggioranza di noi decisamente inaccessibile (faccina che ride!):


Non sto a raccontare tutta la storia, come ci sono arrivato, perché una cosa del genere in America e non qui in Italia, e tutte le vicende dolci e amare connesse. E nemmeno scrivo più di tanto – giusto questo accenno – al fatto che, a parte l'idea generale che avevo proposto, non volevo pensare a come sarei riuscito a scrivere in poco tempo un libro intero secondo le severe regole editoriali loro, direttamente in inglese, e dal mio punto di vista notoriamente “non-conventional”. Quando è arrivata l'email con il responso dei revisori, temevo che mi massacrassero e invece a quanto pare no, la cosa va!

Dunque, in sintesi, la storia è più o meno questa.

Per vedere l'alba della rivoluzione digitale nel mondo globalizzato, è utile fare un salto indietro agli 60 e 70: l'uomo a una dimensione ha paura del futuro, e allora la musica rock, le rivolte degli studenti, il movimento delle donne, sono forse una risposta. Dal mondo dell'educazione (don Milani per esempio e movimenti come l'animazione teatrale: a scuola con il corpo!) arrivano soluzioni probabilmente buone anche per i tempi a venire.
Intanto la tecnologia diventa popolare. Tra gli anni 70 e 80, i personal computer e le videocamere mettono a disposizione di tutti gli strumenti di base per partecipare in modo attivo alla società dell'informazione.
Ma l'umanità assuefatta alla televisione sostanzialmente non se ne accorge, e allora forse è utile guardare ai bambini, che dentro la tecnologia ci nascono, esseri multimediali in grado di indicare un ponte verso il futuro, oltre i limiti del sapere trasmissivo e dell'informazione unidirezionale, verso un mondo possibile di conoscenze e anche di produzione almeno in parte condivisi. Osserviamoli come giocano con le videocamere e i computer e gli altri aggeggi tecnologici (e come continuano a giocare, se non togliamo loro la possibilità di farlo, anche con i giochi tradizionali, il corpo, la natura, senza innaturali contrapposizioni), ma soprattutto non lasciamoli soli, accompagniamoli e prestiamo attenzione al loro gioco, alle loro domande e risposte, impariamo da loro mentre facciamo loro da maestri!
Perché siamo a un difficile bivio tra rivoluzione e mercato, dove vecchi miti inibiscono nuove opportunità, dove l'assuefazione al consumo, allo spreco e alla competizione individualistica fine a se stessa sono ostacoli enormi a un vero cambiamento, al fare e progettare insieme, con soddisfazione, ma anche con responsabilità.
Perché tutti oggi siamo produttori, a volte inconsapevoli, di informazione, ma il nostro approccio al testo e alle immagini, alla rete e ai dispositivi tecnologici in generale – al di là della retorica e della pubblicità - è per lo più “disconnesso”. Succede per la cultura come per il cibo: possiamo agire per fare la nostra parte e produrre in modo significativo qualcosa in proprio, in condivisione, o comprare tutto dalle multinazionali!
Consumatori consapevoli sono anche cittadini attivi, e la partecipazione è una possibile forte soluzione, individuale e collettiva a molti problemi politici, economici, sociali e ambientali. Più che di hardware e software, è una questione di atteggiamento. Servono anche piccoli esempi, da estendere e moltiplicare, per immaginare, progettare, costruire e non subire (spesso con angoscia, paura e rassegnazione) il futuro : il software libero, Wikipedia, le mappe “auto prodotte”, le reti di condivisione in agricoltura e in industria ma anche, nel nostro piccolo, il Museo Virtuale dei Piccoli animali, dal cortile della scuola a Internet! Una serie di produzioni consapevolmente condivise, per cittadini completi, non solo “digitali”: per un incontro tra tecnologia, economia, lavoro e società possibilmente a lieto fine!

Sono discorsi che a spizzichi, con fatica e poco riscontro cerco di portare avanti da diversi anni,
anche in questo blog, o negli interstizi ormai delle discussioni su facebook, che sempre più sono un inno alla rottamazione delle idee, anche le più geniali. Li avevo già in parte introdotti anche in altre pubblicazioni, “saggi” travestiti da manuali sull'animazione teatrale e i bambini e l'ambiente, (cioè, quelli che dovrebbero - secondo il mio modesto parere, ma anche, vedendo come rispondono, secondo i bambini e i ragazzi con cui lavoro da decenni - essere i due punti centrali dell'educazione dei cittadini del terzo millennio, altro che “coding”!) in cui la tecnologia entra dappertutto (eccome se ci entra!), però non come un “dovere” o un insieme astratto e a volte cervellotico di competenze curricolari e adempimenti burocratici, ma come strumento naturale e potentissimo del fare, estensione dei sensi e della conoscenza. Cioè, banalmente, la gente, i bambini, le maestre e i professori la usano, sapendo quello che fanno! (faccina che ride!)

giovedì 20 aprile 2017

È ora di scegliere: cultura multimediale o analfabetismo "digitale"?

Mi sono imbattuto ieri in un tutto sommato allucinante quanto acceso dibattito (ovviamente in Facebook, e dove se no? Ogni nostro pensiero ormai vale solo se porta soldini a Zuckerberg!) sul cosiddetto "pensierocomputazionale", da cui l'unica cosa chiara era che ognuno aveva in mente qualcosa di diverso e, in definitiva, non sapevamo di che cosa stavamo parlando. Però tanti si sentivano di intervenire, fior di intelligenze impegnante a ragionare, discutere, polemizzare sul nulla.
Uno istintivamente pensa: ecco come mai in questo mondo, con il massimo di strumenti di comunicazione della storia, le persone in realtà comunicano sempre meno e le soluzioni 4.0 ai problemi del pianeta sono i muri per fermare i migranti, le super bombe, gli uomini forti e quant'altro.
Pimelia bipunctata, fotografata a Susa, Tunisia, il 26 marzo 2017
Al di là delle frasi a effetto (suggestioni, che però da un po' la gente, orfana di certezze, di fatto prende sempre più alle lettera) pensavo che se invece di rincorrerci a citare Pinco e Pallo quando per far ridere gli amici al bar hanno usato questo o quel termine, facessimo funzionare un po' di più i cervelli nostri, mettendo insieme quel tanto che sappiamo, la questione sarebbe evidente (e qualcuno mi risponda qui, nei commenti di questo blog, per favore, se pensa che stia sbagliando): i computer digitali non pensano, ma eseguono istruzioni o comandi pensati dagli umani che li hanno programmati. Punto! Chi sa anche solo qualcosina di programmazione, possibilmente quella testuale, che non fa finta di essere altro (magari perché si è deciso di chiamarla “coding”, che sa subito di fregatura, come il “jobs act” o la “spending review!), anche i bambini che hanno provato una volta a usare il linguaggio LOGO sanno che la sintassi di queste istruzioni è estremamente noiosa e pedante, perché a queste macchine bisogna dire tutto, ma proprio tutto, nei minimi particolari, perché di loro sono stupide e non sanno affatto collegare le cose e metterle insieme come facciamo noi.
Questo è il significato ultimo della parola “digitale: scomporre ogni possibile operazione in elementi sempre più elementari, fino a ridurre tutto, testi, suoni, immagini, mappe concettuali, videogiochi, ricerche in rete, dati meteorologici e relative istruzioni d'uso a una raccolta immensa di 0 e 1, sì è no, che se l'umano ha pensato bene ci restituiscono il meraviglioso software che tutti i giorni usiamo, con pochi clic di mouse o tocchi di dita. Dove le interfacce di PC e telefonini non sono affatto “digitali”, ma analogiche, adattate cioè all'uso istintivo e non naturalmente pedante degli esseri umani, adulti e bambini (ma con i tablet se la cavano bene anche i gatti!)

Un tempo si diceva che la cultura dei nostri giorni è multimediale. Parola giustissima, che subito fa ragionare su quel mettere insieme il testo dei libri e dei giornali tradizionali, con le fotografie, la televisione, il cinema, la radio, gli stimoli visivi, sonori, interattivi degli aggeggi digitali che usiamo tutti i giorni. E Roberto Maragliano aveva coniato per i bambini nati negli ultimi decenni la definizione bellissima di “esseri multimediali”, a sottolineare come le nuove generazioni, essendo cresciute dentro un mondo in cui il sapere, la cultura e la comunicazione non hanno più un sistema di trasmissione privilegiato, come era un tempo il libro, naturalmente e senza problemi potrebbero vivere in modo attivo e consapevole la società dell'informazione. E magari potrebbero farlo non solo da consumatori, ma da produttori e protagonisti, man mano che a tecnologia mette a disposizione nuovi strumenti sempre più facili, potenti ed economici.
Porre l'accento sul carattere multimediale della mondo di oggi, permetterebbe anche di fare piazza pulita con tutta una serie di contrapposizioni generazionali assurde e prive di senso, che fanno male ad adulti e bambini, perché sarebbe evidente che in questo questa cultura multimediale tutti ci siamo nati, nella nostra società occidentale, almeno a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. Cioè, i cinquantenni di oggi (e anche molti nati prima), come i bambini che nascono adesso, fanno ugualmente parte della società dell'informazione, anche se a causa di strumenti culturali inadeguati spesso hanno il problema di mettere d'accordo i libri che hanno letto con la televisione che hanno visto e con i telefonini che hanno comunque sempre in mano.
Invece – e altro senso non trovo che quello di creare confusione, del vecchio “divide et impera” per cui mentre noi ci incasiniamo su una infinità di sciocchezze e non ci proviamo neanche a usare insieme la potenza di una tecnologia che ormai è nelle mani di tutti, quelli che oggi comandano la politica e il mercato continuano a fregarci! - oggi si spreca a sproposito, la parola “digitale”, coniando una serie di definizioni che in realtà sono solo slogan vuoti e non significano nulla: “nativi digitali”, “cultura digitale”, “cittadinanza digitale”... ???
Tutte formulazioni che, invece che chiarire, alimentano all'infinito equivoci e confusione, invece che unire dividono (ma non è la stessa cosa che sta succedendo fuori nel mondo, in politica? Sarà un caso?)
In una prospettiva multimediale, così come è naturale per i bambini (che da sempre semplicemente prendono gli elementi della propria realtà e ci giocano), scavare per terra con le mani alla ricerca di insetti e bacherozzi, disegnare con i colori a dita, leggere un libro di carta, fare un video con il telefonino e comunicare via web con gli amici che stanno i Cina, sono semplicemente momenti diversi di una stessa realtà, che è corporea, fisica, e anche “digitale”, perché no, ma è semplicemente la realtà in cui si vive, in cui tutti gli elementi vanno “naturalmente” al loro posto, senza che qualcuno dall'esterno ci venga a forzare, a dire come dobbiamo fare e come dobbiamo pensare, facendoci percepire il nostro disagio come un senso di colpa.
Cultura multimediale, cultura della società dell'informazione, cultura dell'inclusione. Troppo facile?

Sto leggendo un bellissima raccolta di Sherlock Holmes, 3 euro e 60 in versione originale, un inglese su cui tutto sommato riesco a non impiantarmi. Per cui traduco al volo uno scambio di battute:
«Voi vedete tutto!»
«Io non vedo più di voi, ma mi sono allenato a prestare attenzione a quello che vedo!»

domenica 5 febbraio 2017

Quel libricino antico (e ogni tanto qualche soddisfazione!)

Sto leggendo in questi giorni L'Ombra del Vento di Jorge Ruiz Zafon. Chiunque nella sua vita abbia mai tentato la “carriera dello scrittore”, penso che facilmente tenderà a identificarsi un po' nel personaggio di Julian Carax, i suoi romanzi bellissimi, non venduti, introvabili, possibilmente da distruggere, e si immaginerà forse un suo personale Cimitero dei Libri Dimenticati!
Per quanto mi riguarda, a parte cose in ballo da tempo che forse una volta di più non balleranno e il mio scarso feeling con gli editori in generale, continuo a pensare di essere tutto sommato bravino e ho scritti per me importanti che sono lì da anni fermi, o da finire. E l'idea è di darmi finalmente una mossa perché, se fino a ieri per gli scrittori in pectore l'unica alternativa era pubblicare (e praticamente anche distribuire) a proprie spese, il bello di oggi è che, in mancanza di un editore che si assuma l'onere della stampa, chiunque può farsi un libro on line, gratuitamente, e poi eventualmente anche stamparlo “on demand”, per sé o per altri. E la platea, tra la rete e i social network, può essere infinita.

Chissà come mai a proposito, di questi aspetti davvero rivoluzionari dell'epoca digitale si parla così poco, mentre tanti sono sempre lì a spendere parole e sproloqui sul fatto di poter guardare i film nel telefonino!

Comunque, l'altro giorno emergono dalle pieghe di Facebook alcuni messaggi che chissà perché per leggerli devi prima autorizzarli, forse perché di non amici, di non ancora amici o chissà che altro. Strano, perché a volte si ricevono direttamente messaggi che subito “puzzano”, tanto è vero che di li a poche ore i loro autori sono cancellati e irraggiungibili, boh?
Tra questi messaggi recuperati, uno fa riferimento all'unico libro di “letteratura” che finora, nella mia pur non breve vita, ho pubblicato, ormai tanti anni fa. Ho risposto così con mesi di ritardo, chiedendo scusa, alla ragazza che me lo aveva mandato (nel frattempo eravamo anche diventati “amici” su Facebook, di solito chiedo prima di accettare una richiesta, oppure mi baso sulle amicizie comuni, ma in questo caso, in un modo o nell'altro, evidentemente non avevamo comunicato).

Leggo ed è bello, e qui allora condivido:

«Sono stata a Roma oggi... Mi sono imbattuta in una piccola e antica libreria per bambini dove ho trovato e comprato (chissà perché proprio questo... Intuito!) un libricino "storie di parole e di bambini". Di solito questi libri li compro per me...
Finalmente a letto, seppur stanca, ho deciso di leggere la prima storia. Ho pianto.
Volevo dirle grazie. Mi commuove anche l'idea che questo libricino abbia circa la mia età.
Grazie per quello che ha fatto e continua a fare con i bambini e ragazzi.
Buon lavoro! L'abbraccio».